14 APRILE 2008, SERA.
Bisognerà ritornarci su a mente fredda (e a risultati del tutto definitivi, anche se ormai poco cambierà ), ma già si possono mettere in fila le tappe del disastro veltroniano.
Si notino anche le date.
A dicembre 2007 il Nano Pelato era in braghe di tela: le sue spallate a Prodi fallivano una dopo l’altra, la finanziaria di Prodi era passata il mese prima e lui litigava con Fini, con Casini e veniva criticato perfino da Bossi.
“Se il governo non è caduto adesso, non cade più. Berlusconi si illudeva di fare cadere il governo, ma in questo si è sbagliato. Bisognava conoscere tecnicamente le vie giuste.” (Bossi)
“Del Partito del popolo di Silvio Berlusconi non se ne parla proprio. Rappresenta una scorciatoia personalistica e plebiscitaria”
e ancora
“Berlusconi faccia chiarezza. Non è stata Alleanza Nazionale a definire la Cdl un ectoplasma, e non siamo stati noi a dare a Walter Veltroni la disponibilità a discutere su una legge elettorale che non prevede espressamente per i partiti l’obbligo di dichiarare le alleanze prima del voto. Credo quindi che Berlusconi debba contribuire a fare chiarezza” (Fini)
“Ci vogliono progetti che nulla hanno a che fare con la improvvisazione propagandistica né con estemporanee sortite populistiche” (Casini)
“E’ stato Casini a ferire mortalmente la Cdl, non Fini e non certamente io” (Berlusconi)
ecc. ecc.
Prodi, nonostante le fibrillazioni nella maggioranza (Mastella, indagato da ottobre, e Dini) sembrava avviato a poter reggere per almeno un’altro anno di risanamento dei conti (che era poi la cosa che più di tutte quel governo doveva fare, per cercare di mettere una pezza a cinque anni di disastro della feccia destrorsa), quantomeno fino alla successiva finanziaria.
Nel frattempo, si sviluppava un complicato dialogo intrecciato sulla legge elettorale, con sullo sfondo lo spettro del prossimo referendum abrogativo.
In questo, il Walter si distingue per tendere la mano a Berlusconi, che sta annaspando, proponendogli di lavorare d’intesa per una nuova legge.
Evidentemente, la storia della Bicamerale di D’Alema non gli ha insegnato nulla sui pericoli della “collaborazione” con il Berluska sui temi istituzionali.
Non solo: il Walter lavora ad una proposta di maggioritario a doppio turno, proposta di per sè legittima ma che sembra fatta apposta per PD e Forza Italia a scapito dei partiti minori, compresi i suoi alleati.
Mai proposta fu fatta in modi e in tempi più sbagliati.
Ma, nel frattempo, il governo Prodi sembrava aver superato lo scoglio più difficile, la finanziaria di fine anno. E sembrava esserci ancora tempo per arrivare ad una proposta di legge che potesse avere adesione sufficientemente ampia.
Il 16 gennaio Mastella si dimette da Ministro della Giustizia a causa, dichiara, della “mancata solidarietà politica” nei suoi confronti da parte del centrosinistra.
Il giorno dopo, 17 gennaio, Prodi respinge le dimissioni, che Mastella invece conferma. Mastella, comunque, dichiara appoggio esterno al governo.
Si noti: il 17 gennaio Mastella appoggia ancora il governo. Non si parla ancora di crisi.
Il 19 gennaio, da Orvieto, Veltroni ribadisce una sua vecchia idea, quello di “andare da solo” alle prossime elezioni (che in questo momento sono solo ancora una ipotesi).
“Quale che sia la legge elettorale il PD andrà alle elezioni da solo”, afferma categorico il Walter.
E’ l’inizio della PIU’ GROSSA CAZZATA DEL CENTROSINISTRA ITALIANO dai tempi della “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto.
Ma non tutti se ne accorgono, tra i commentatori e tra gli stessi elettori.
Anzi, si assiste ad un festival dell’irrazionalità , dove tra elettori e giornalisti è una gara a chi plaude di più al “Rambo” Veltroni, che da solo, impavido, bandana in testa e mitraglia a tracolla (forse non solo Walter ha visto troppi film …), si scaglia contro l’Impero del Male berlusconiano, finalmente libero dai “vincoli” e dalle “palle al piede” della “sinistra radicale”.
Con buona pace del fatto che la “sinistra radicale” sta ingoiando rospi a tutt’andare, per appoggiare il governo, mentre chi si dissocia sempre di più sono gli alleati del lato destro, Dini e Mastella.
Se ne accorgono di più, e ci mancherebbe, i politici, soprattutto quelli più direttamente interessati.
Se ne accorge, per esempio, il socialista Villetti, che subito commenta: “Si ha l’impressione che Veltroni sia molto più preoccupato di far vincere il Pd all’interno del centrosinistra contro i suoi stessi alleati che non nel Paese”.
Se ne accorge D’Alema, che esprime le sue “perplessità ” su tale prospettiva.
Se ne accorge Rifondazione, che per bocca di Russo Spena avverte “Ho apprezzato l’intervento di questa mattina di D’Alema. Le parole di Veltroni, invece, in una fase difficile come questa, rischiano di indebolire il Governo e di staccare la spina a Prodi”.
Se ne accorge lo stesso Prodi, che comincia a sentire puzza di bruciato e ammonisce che “bisogna dare il respiro di un’intera legislatura, perchè si possa portare avanti le riforme di lungo periodo.”
Ovvero: se Veltroni dà di matto e provoca la crisi, buttiamo via tutto il lavoro fatto in un anno e mezzo. E ci prendiamo una bella mazzata elettorale, avendo avuto solo il tempo di chiedere sacrifici.
E se ne accorge Mastella, come si vedrà subito.
Il 21 gennaio Mastella dichiara l’uscita dalla maggioranza, mettendo in crisi il governo.
Guardacaso: due giorni dopo che Veltroni ha annunciato ufficialmente che lascerà fuori gli alleati (il che, per un micropartito come Mastella vuol dire sparire, con l’attuale legge elettorale o comunque con una maggioritaria), il buon Clemente (che è anche inquisito e quindi cerca disperatamente appoggi politici) comincia a costruirsi un’alternativa, sperando ovviamente di trovare una sponda nel centrodestra.
Beninteso: Mastella, da vecchia volpe della politica, certamente sapeva da tempo dell’idea di Veltroni di “correre da solo” (che non era una novità neppure ad Orvieto).
Però, un conto è avere pendente sulla testa la spada di Damocle di un’ipotesi, altra è vedere la spada che sta davvero per caderti addosso.
Il 23 gennaio il governo Prodi ottiene la fiducia alla Camera, ma il 24 fallisce il voto di fiducia al Senato (anche l’Udeur di Mastella vota contro, come Dini).
Prodi si dimette, si va verso le elezioni.
Il 6 febbraio Prodi annuncia di non ricandidarsi.
Lo stesso giorno, Veltroni annuncia ufficialmente che il PD “correrà da solo”, ribadendo quanto aveva già detto.
Il resto è cronaca di queste settimane.
Il risultato: per la prima volta dal 1996, il centrosinistra non solo non vince, ma PERDE DI BRUTTO.
La rimonta, che nel 2001 era quasi riuscita a Rutelli (il quale comunque aveva conservato una coalizione battuta ma non schiantata, nè moralmente nè elettoralmente), Veltroni l’ha fallita totalmente.
Le due (DUE!) vittorie del “grigio” Prodi contro lo strapotente Berlusconi sono oggi solo un nostalgico ricordo per gli elettori del centrosinistra.
Perchè lo “scintillante” Veltroni, il parolaio retorico e logorroico, il copiatore degli slogan altrui, l’”Obama de noantri”, non è riuscito neppure ad avvicinare nel risultato il più spento (ed invecchiato, e nei guai con gli alleati) Berlusconi degli ultimi quindici anni!
Perchè il provinciale “Kennedy de Roma”, il baciatore di mani papaline, il candidatore di falchi della Confindustria, ha deciso di “correre da solo”, ha deciso di rinunciare ad una formula, quella della coalizione, che pur con le sue difficoltà nelle ultime tre elezioni ha vinto due volte contro il Berlusca e quando ha perso ha comunque conservato una rispettabile forza parlamentare, con la rappresentanza di tutte le sue componenti.
E lo ha fatto pensando così di attirare i voti degli elettori del centrodestra, facendo una politica di centrodestra (la sicurezza, l’imprenditoria, la supinità alla Chiesa, …) e presentandosi quindi, come tanti andavano dicendo da tempo, solo come una brutta e meno credibile copia dell’originale, il Berluska, che infatti i destrorsi hanno preferito votare in massa.
E nello scaricare la cosiddetta “sinistra estrema” (figurati quanto “estremi” sono Boselli e Mussi …) ha anche fatto il suo capolavoro: HA DISTRUTTO LA SINISTRA IN ITALIA.
Dopo più di 100 anni, in Parlamento non ci sarà più un partito di sinistra (perchè il PD non lo è, per ammissione dello stesso Veltroni).
Dopo questa batosta, sarà durissima ricostruire una sinistra parlamentare.
Non una sinistra “con falce e martello” (che è meglio lasciare ai ricordi del passato), ma una semplice e presentabilissima sinistra come le socialdemocrazie europee, da Zapatero alla Royale, dalla SPD ai partiti socialdemocratici scandinavi .
E, cosa gravissima, l’esclusione dal Parlamento di queste forze comporterà nei fatti l’esclusione quasi totale dai mass-media!
Cosa che costringerà la “sinistra radicale”, che faticosamente stava acquisendo un minimo di cultura di governo, a tornare sulle piazze per farsi sentire e vedere (media asserviti permettendo).
Ovvero tornare ad essere “movimentista”, con anche le cose negative che ciò comporta (prima di tutte: l’allontanamento proprio dalla cultura di governo, addirittura dalla cultura del confronto parlamentare!).
Veltroni, un grande stupido parolaio, ha fatto un DISASTRO INAUDITO.
In soli CINQUE MESI ha risollevato le sorti di Berlusconi e ha distrutto la sinistra italiana.
E assieme a lui ne portano la responsabilità i maggiorenti e fondatori del PD, a cominciare da Fassino e Rutelli (ma almeno quest’ultimo può dire di non venire da una cultura socialista …).
E non mi consola avere la coscienza che queste cose io le avessi già scritte tempo fa, esprimendo la mia contrarietà alla fusione di DS e Margherita nel partito-mostro PD.
Anche perchè, francamente, nemmeno io immaginavo una catastrofe del genere (non immaginando poi che si sarebbe arrivati al “correre da soli”).
Veltroni ha distrutto la sinistra e da destra ha preso solo pernacchie e non voti.
Un genio.
Come diciamo noi in Emilia: “Walter, va a caghèr! …”
Meriterebbe che Turati, Gramsci, Togliatti, Nenni, Pertini e Berlinguer risorgessero dalla tomba e lo linciassero.
Ora, l’unica speranza adesso è che nel PD ne prendano atto e lo caccino a pedate.
Ma presto, anzi, subito.
Opus Mei (a.k.a. Mikhail)